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      Home»Attualità » Martano specchio d’Italia

      Martano specchio d’Italia

      Marco Termo
      2 Gen, 2014
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      Martano specchio d’Italia

      Martano specchio d’Italia

      Martano specchio d’Italia, così si diceva una volta all’interno dei luoghi della politica: in questo caso le locali sezioni dei partiti di massa che pullulavano di militanti. Ed era proprio questo uno dei punti di forza di quelle grandi organizzazioni: trasmettere i raffinati strumenti dell’analisi politica alla gente più semplice. Comprendere come gira il mondo non era più esclusiva di pochi notabili, ma una risorsa alla portata di tutti.  Intere categorie sociali, dalla piccola borghesia al ceto contadino, un tempo escluse dall’azione pubblica,  cominciarono a sentirsi parti di un tutto, di un’architettura più grande. Si avanzava o si arretrava tutti insieme. Esattamente come succede oggi, ma senza avere più quella consapevolezza di appartenere alla stessa comunità. Probabilmente, la società individualizzata in cui viviamo è una delle cause della crisi economica. L’individuo moderno è troppo solo per poter rivendicare in maniera efficace i propri diritti ad un meccanismo politico-istituzionale sempre più difficile da comprendere. Un effetto voluto, certo.

      Il neoliberismo per poter passare aveva bisogno di affrontare e liquidare i grandi movimenti di resistenza di massa. Come poi sia avvenuto è una storia diversa in ogni latitudine geografica.  Il risultato di questa smobilitazione è ben descritto in un articolo di Ritanna Armeni per Il Foglio, C’eravamo tanto amati, da Berlinguer in poi il rapporto tra la sinistra e il popolo si è consumato all’insegna della reciproca antipatia. I risultati di questo sentimento sono ben visibili a tutti, intere generazioni incapaci, loro malgrado, di un ragionamento politico. L’intero spazio di un possibile cambiamento riempito soltanto dall’indignazione e dalla rabbia verso una classe politica sempre più elitaria e allo stesso tempo scadente. La rabbia e l’indignazione sono due leve sicuramente importanti, ma non sufficienti. Possono rappresentare delle ottime basi della pre-politica,  non costituiscono però gli elementi necessari di un cambiamento auspicabile. Per questo, ci vuole altro. Serve interrogarsi sulle cause della crisi che stiamo vivendo e cercare di rimuoverle. Se la politica sfugge a questo compito, e continua ad essere soltanto inquilina del potere, come è successo in questi anni, la storia dei forconi non finisce qui.
      Le risposte autoritarie sono dietro l’angolo, stanno diventando luogo comune. È necessario, immediatamente, rivedere le politiche d’austerità: abbassare le tasse, creare lavoro. La storia insegna che far espiare ai popoli pene superiori alle loro colpe è un gioco pericoloso. Ma, è il momento di chiudere questa divagazione è passare a questioni ancora più stringenti. Partiamo con una ricognizione intorno a quello che succede nel Palazzo di città. L’amministrazione comunale comportandosi alla maniera del governo, Martano specchio d’Italia si diceva poc’anzi, in un pasticcio di dilettantismo e cattiva politica ha presentato ai martanesi il conto salato della Tares e più dolce, si fa per dire, dell’Imu. Il tutto recapitato nelle abitazioni dei cittadini con modalità abbastanza discutibili. Le lettere sono state distribuite da un’agenzia privata di Lecce. Il capoluogo, è risaputo, sta più a cuore al nostro sindaco delle sorti della nostra cittadina. Ma l’elenco delle anomalie non finisce qui: il pagamento è stato in alcuni casi richiesto per lo stesso giorno della ricezione; la consegna è avvenuta senza nessuna garanzia né per il destinatario né per il mittente; il costo del servizio (parliamo sempre della consegna delle famose lettere) a quanto pare spropositato, su questo è in corso una verifica. Non è il caso di aggiungere considerazioni a questo breviario dell’insensibilità. Piuttosto, è utile aprire qui una riflessione sul sistema rifiuti nella nostra regione. È ben noto, almeno per sommi capi, il fenomeno della lievitazione del costo a causa di un sistema all’italiana, o, se preferite, ibrido. Dove anche la politica costruisce intorno ad esso carriere, lauti compensi, elettori da fidelizzare eccetera.
      Pertanto, non chiediamo al sindaco Coricciati di fare come Don Chisciotte contro i mulini al vento, di quanto sia difficile smontare il sistema siamo ben consci. Contribuire alla costituzione dal basso di una rete che faccia massa critica intorno al problema, tenendo per mano cittadini, associazioni ed istituzioni, sarebbe già un grosso passo avanti. A questo compito, chi rappresenta le istituzioni non può sottrarsi. Al di fuori delle stanze della politica intanto si consuma il dramma della disoccupazione di massa. Ho provato a richiedere più volte al ufficio del Pubblico Impiego i dati sul tasso di disoccupazione cittadino, ma non esistono. Non vengono più elaborati a livello locale. In ogni caso, a volte, le statistiche non servono per comprendere meglio la realtà in cui viviamo. Basta guardarsi intorno per capire l’entità del fenomeno ed i rischi per la tenuta sociale. Dalla agricoltura al commercio al turismo, non esiste, al momento, settore in grado di garantire un reddito dignitoso. Sui motivi di questo disastro occupazionale esiste un ampia letteratura di diverse discipline sociali purtroppo sconosciuta al grande pubblico. Provo a riassumere le tesi più condivise: la finanziarizzazione dell’impresa ha reso più marginale il ciclo produttivo; in questo scenario sono mutati i modelli di organizzazione aziendale: ai manager, forgiati nelle scuole elitarie, viene assegnato il compito di liberare risorse da investire nel settore finanziario, dove gli investimenti hanno un tasso di redditività infinitamente maggiore e più veloce rispetto all’economia reale. Di conseguenza anche il  lavoro dopo un lungo processo di demercificazione ritorna ad essere un costo da tagliare. Nel suo ultimo libro, Il colpo di stato di banche e  governi, Luciano Gallino dopo aver ricostruito le dinamiche di questo golpe bianco, indica una possibile via d’uscita: destrutturare la macchina inarrestabile della finanza mondiale. È, probabilmente, chiedere troppo ad una  politica accomodante verso qualsiasi diktat dei mercati finanziari, ma non azzardare una risposta potrebbe significare compromettere definitivamente la democrazia, facendo sbocciare i semi dell’odio che una destra xenofoba sta piantando in tutta Europa. Anche nella nostra città cominciano a serpeggiare pericolosi malumori nei confronti degli stranieri, ritenuti i responsabili della crisi, in quanto ci portano via il lavoro. La voragine si sta aprendo, a chi spetta chiuderla? La domanda merita una risposta.  Ma chiudiamo con una nota positiva, come sempre, non è il caso di lasciare campo aperto esclusivamente al pessimismo e all’arrendevolezza. Una lezione di equità arriva proprio dalla vecchia Europa. In Svizzera, nonostante una prima bocciatura di una consultazione popolare che chiedeva di fissare un limite legale agli stipendi dei manager, in un rapporto da 1 a 12 con quelli dei dipendenti, i promotori del referendum stanno cercando di mantenere quest’iniziativa nell’agenda pubblica. Un piccolo passo in avanti nel conformismo generale del pensiero unico, un evento importante cui dedicare la giusta attenzione per immaginare un nuovo contratto sociale nel capitalismo globale.  Perché, la redistribuzione della ricchezza in questi termini è immorale.
                                                                                                                                                                                                                                              Marco Termo
      Tags : crisi economica, Marco Termo, Martano
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