Tessere lievitate e deriva manichea: questo non è più il “mio” PD
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un “ex” militante del Pd di Ruffano.
Non è stato facile convincermi a scrivere queste poche righe.
Per indole e convinzione preferisco lavorare in silenzio, piuttosto che alzare la voce o soffiare sul fuoco delle polemiche che inquinano la politica locale e quella nazionale.
Ho 36 anni e negli ultimi venti ho sempre fatto politica attiva, nei partiti come nella società civile. Ho militato nella Sinistra Giovanile, poi nei DS e infine ho aderito con entusiasmo al Partito Democratico, riconoscendomi pienamente nel suo Manifesto dei Valori. Nelle amministrative del mio comune, Ruffano, ci ho “messo la faccia”, candidandomi per il Pd all’interno di una lista civica.
Sono un classico militante di base cresciuto discutendo nelle sezioni e appassionandomi all’impegno politico e sociale. Ma ora che ci faccio io, militante di base, in un partito nel quale “la base” è stata sostituita da “misteriosi” pacchetti di tessere?
Pensavo che la stagione dei congressi potesse essere l’occasione per rigenerare il partito, discutere finalmente di valori, di idee, di progetti politici. Ho assistito invece al progressivo infuocarsi di una feroce competizione a colpi di tessere e insulti assortiti tra gruppi rivali.
Più i congressi si avvicinavano e più si faceva vorticoso il giro di contatti da parte degli esponenti dei vari gruppi in lizza. Le chiamate sono state numerose e pressanti, tutte contenenti l’esplicita richiesta a “dare una mano” per far prevalere i “buoni” contro i “cattivi”. Ad ogni chiamata, ovviamente, l’angolo visuale cambiava: così i “buoni” della telefonata precedente diventavano “cattivi” e viceversa, segnale inequivocabile di una volgare deriva manichea, davvero poco aderente ad un partito che porta nel nome un così nitido riferimento alla democrazia.
A questo punto mi chiedo che senso può ancora avere, per me, militare in un Pd ridotto in queste condizioni. Un partito che non include, ma invischia. Un partito involuto, sempre più “comitato elettorale” e sempre meno capace di “fare” politica.
Un partito che non è più il mio. Ho preso perciò la decisione di intraprendere un cammino diverso, in grado di dare maggiore conforto e soddisfazione al quel bisogno di partecipazione che oggi più che mai mi pervade.
Conservo, tuttavia, la speranza che il PD torni a “pensare” e ad essere quel punto di riferimento politico che tante speranze aveva suscitato.
Roberto Molentino






